venerdì 15 dicembre 2017

Bankitalia, la Moneta Fiscale e la necessità di ripassare (per bene...) i principi contabili...

Pochi giorni fa, la Banca d'Italia ha pubblicato sul suo sito istituzionale un commento sul progetto Moneta Fiscale, a cui ci è sembrato doveroso replicare in modo esauriente.


E qui le repliche pubblicate su Micromega, che sono in effetti due, una predisposta da me insieme a Biagio Bossone, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini; l'altra, da Enrico Grazzini e Guido Ortona.

In parte i temi delle due repliche si sovrappongono, ma nello stesso tempo si completano e si rafforzano.

Gli amici di Micromega sono forse stati un filo cattivelli nell'intitolare il (doppio) pezzo "Le bugie di Bankitalia". Fino a prova provata del contrario, io non sospetto nessuno di essere un bugiardo.

Non c'è dubbio però che l'autore del commento di Bankitalia abbia frainteso le caratteristiche del progetto (può capitare, ma un esame più approfondito l'avrebbe evitato; e in caso di dubbio bastava chiedere, siamo qui...) e abbia preso una grossa topica per quanto attiene ai principi contabili che definiscono la natura dei Certificati di Credito Fiscale.

Ben venga il confronto e il dialogo comunque: purché finalizzati a superare un gravissimo problema - le disfunzioni dell'eurosistema e i loro catastrofici impatti sull'economia italiana - che sventuratamente è, e rimane, irrisolto.

martedì 12 dicembre 2017

Ma se i CCF li introduce anche la Germania ??


Quella del titolo è una critica-zombie. Pensavo di essermene liberato, avendola confutata fin dai primi articoli in cui, in questo blog ma anche altrove, esponevo il progetto CCF. E invece è un morto vivente, lo ammazzi eppure ancora cammina (nel senso che riaffiora, inattesa, di quando in quando…).

Il bello è che si tratta di una critica “uguale e contraria” a un’altra. C’è chi mi rimprovera di introdurre, con i CCF, uno strumento di espansione della domanda interna, senza tener conto che in assenza di variabilità dei cambi, si verrebbe a creare un peggioramento dei saldi commerciali esteri.

E c’è chi invece ha correttamente capito che i CCF verrebbero utilizzati (anche) per ridurre il cuneo fiscale, quindi il costo del lavoro lordo (non le retribuzioni nette che invece aumenterebbero, perché i CCF vengono erogati anche al dipendente, oltre che all’azienda). Ma avendolo capito, immediatamente formula la domanda “sì con i CCF tu vuoi colmare il gap di competitività rispetto alla Germania; ma se poi i CCF li introducono anche loro ?”

Allora, riassumo per l’ennesima volta: i CCF servono rilanciare domanda interna, e quindi produzione e occupazione in Italia. Una quota va anche alle aziende, a riduzione del cuneo fiscale, il che permette di conseguire il recupero di domanda senza impatti negativi sui saldi commerciali esteri.

Quanto al rischio che la manovra possa deragliare perché i tedeschi ci imiterebbero – per mantenere un vantaggio di competitività nei nostri confronti – non c’è da preoccuparsene, per i motivi qui di seguito sintetizzati:

PRIMO, il progetto CCF prevede rilancio di domanda interna a saldi commerciali invariati: il che significa che il resto del mondo in generale – e la Germania in particolare – NON subisce penalizzazioni della sua posizione commerciale estera. L’Italia esporta di più e sostituisce alcune importazioni con produzioni interne; ma importa anche di più perché il recupero del PIL stimola gli acquisti (anche) di beni esteri. Non c’è, a priori, penalizzazione né per la Germania né per nessuno.

SECONDO, se la Germania emettesse CCF per ridurre il suo costo del lavoro, renderebbe ancora più competitive le sue esportazioni in un momento in cui il suo altissimo surplus commerciale già infastidisce parecchio i partner internazionali.

TERZO, ma se anche decide comunque di provarci, l’economia tedesca è già in pieno impiego. Se aumenta ulteriormente la sua spinta verso l’export, rischia di scoprire che non ha risorse produttive sufficienti a soddisfare la crescita della domanda totale. Il potenziale vantaggio a questo punto viene vanificato da maggiori costi di lavoro e maggiore inflazione interna (risultato quanto mai sgradito all’establishment tedesco, non ci sarebbe neanche bisogno di sottolinearlo…).

QUARTO, in ogni caso la Germania non è l’unico partner commerciale dell’Italia. Il recupero di competitività l’avremmo comunque nei confronti di tutto il resto del mondo, quand’anche la Germania cercasse di imitare – senza averne, come visto, né la necessità, né le condizioni, né l’interesse – la strategia CCF applicata al cuneo fiscale.

OK, ho abbattuto lo zombie. Prima o poi si rialzerà e tornerà a camminare. Non resterà che sparargli ancora. Ci vuole pazienza…

sabato 9 dicembre 2017

CCF e Minibot: massimizzare l’impulso fiscale

Non ci sono ovviamente certezze, ma esiste una significativa probabilità che le prossime elezioni politiche diano alla coalizione di centrodestra la maggioranza dei seggi in Parlamento.

Se un governo di centrodestra si formerà, il tema chiave sarà il rilancio dell’economia e l’uscita dalla depressione economica che affligge l’Italia ormai da quasi dieci anni. Il che richiede di risolvere la crisi di domanda, attuando un significativo impulso fiscale: in parole semplici, più potere d’acquisto a cittadini e aziende, più investimenti pubblici e più spesa sociale.

I vincoli disfunzionali dell’Eurosistema hanno, dal 2011 in poi, forzato l’Italia ad adottare politiche procicliche, con risultati catastrofici. Questi vincoli devono essere superati.

Tuttavia, per citare un tweet di pochi giorni fa del responsabile economico della Lega - Claudio Borghi - "l'uscita dall'euro necessita di un consenso popolare che ora non c'è. Bisogna prepararsi gli strumenti."

Personalmente non giurerei che il consenso popolare non ci sia. Non escludo che un referendum sull'euro possa (potrebbe) esprimere una maggioranza favorevole all'uscita. Ma non rileva, perché l'uscita dall'euro mediante referendum è, in pratica, irrealizzabile: la maggioranza per il breakup dovrebbe quindi formarsi in Parlamento, dove i numeri non ci saranno neanche dopo lo elezioni.

Il nuovo governo dovrà quindi avere a disposizione gli strumenti per superare le eurodisfunzioni e per attivare un forte impulso sulla domanda, senza mettere in conto la rottura dell’euro.

E le idee sul tappeto, se non mi è sfuggito qualcosa, sono due: i Minibot proposti da Borghi da un lato; e il progetto CCF / Moneta Fiscale che sto sviluppando e promuovendo – con il sostegno e il contributo di un ampio e via via crescente gruppo di economisti e di ricercatori – da ormai cinque anni, dall’altro.

I due progetti non sono affatto incompatibili. Possono coesistere e rafforzarsi vicendevolmente.

I Minibot sono titoli cartacei, simili a banconote, da assegnare a titolari di crediti verso il settore pubblico (crediti originati, ad esempio, a seguito di detrazioni o rimborsi d’imposta, o per forniture a enti pubblici). Sono utilizzabili per pagare tasse e imposte. E non sono debito pubblico aggiuntivo in quanto “cartolarizzano” debiti già esistenti.

I CCF sono invece titoli emessi dallo Stato e assegnati senza corrispettivo a una pluralità di soggetti – lavoratori a titolo di integrazione retributiva, aziende per ridurre il cuneo fiscale effettivo, pensionati, cittadini in condizioni di disagio economico-sociale. Possono anche essere utilizzati per cofinanziare investimenti pubblici e interventi di spesa sociale. Danno diritto a riduzioni fiscali future e sono liberamente negoziabili tra privati. Non creano debito pubblico aggiuntivo all’atto dell’emissione perché, ai sensi dei principi contabili internazionali recepiti anche da Eurostat, non c’è debito se non sussiste impegno al rimborso “cash” da parte dell’emittente del titolo.

L’utilizzo congiunto dei due strumenti, dicevo, può rafforzare l’efficacia di entrambi. Ad esempio: i CCF sono utilizzati per ridurre i pagamenti d’imposta a partire da due anni dopo l’assegnazione. L’effetto espansivo dell’emissione di CCF ha così tempo di produrre un incremento del PIL e (conseguentemente) delle entrate statali lorde, sufficiente a compensare gli sconti fiscali ottenuti dai titolari dei CCF.

Ora, se contestualmente all’emissione dei CCF già circolano i Minibot, il CCF diventerà ancora più simile a un normale CTZ a due anni. L’unica differenza sarà che il titolare del CTZ riceve euro a scadenza, mentre il CCF dopo due anni si converte in un Minibot (e da quel momento dà diritto agli sconti fiscali). In pratica, l’abitudine a utilizzare i Minibot consolida anche l’accettazione dei CCF.

Nell’eventualità in cui vengano introdotti i Minibot ma non i CCF, mi pare invece necessario valutare le dimensioni dell’impulso fiscale che verrebbe effettivamente conseguito.

I CCF sono uno strumento di Moneta Fiscale “fiat”, che lo Stato può creare e allocare nelle dimensioni più opportune.

I Minibot invece verrebbero attribuiti a chi già detiene un credito verso la pubblica amministrazione. Borghi ha quantificato l’ammontare di questi crediti in circa 70 miliardi, che sono una dimensione rilevante. Ci sono però alcuni temi da analizzare (ringrazio Fabrizio Vanzan e Marco Quaglierini per una serie di riflessioni sul tema).

I crediti verso la pubblica amministrazione, per forniture o per rimborsi d’imposta, nascono da un’autocertificazione. Detto altrimenti: il mio titolo di credito proviene dall’aver emesso una fattura (nel primo caso) o dall’aver presentato una dichiarazione d’imposta da cui risulta una posizione a credito (nel secondo).

Ora, questi crediti non possono essere pagati (in euro o anche in Minibot) per il semplice fatto che qualcuno emetta una fattura o presenti una dichiarazione. Devono essere preventivamente verificati e dichiarati esigibili. Altrimenti il rischio di abusi diventerebbe ingestibile.

Nel momento in cui l’esigibilità è certa, tuttavia, in molti casi è possibile – per l’azienda titolare di un credito di fornitura – farsi anticipare l’importo da una banca. E comunque i tempi residui di attesa per ottenere l’incasso spesso non sono molto elevati.

Sia il fornitore, che il contribuente titolare di un credito, inoltre, non necessariamente espandono la loro spesa nel momento in cui ricevono il pagamento. L’azienda fornitrice riceve liquidità e questo naturalmente è gradito, specialmente se si trova in condizioni finanziarie non floride. Ma non ne segue un aumento della domanda per i suoi prodotti: quindi non c’è incentivo ad assumere e a investire.

Potrebbe essere maggiore l’incentivo a spendere nel caso di un contribuente che riceve Minibot subito, invece di aspettare qualche anno per ottenere il rimborso in euro. Però va visto di chi, in pratica, si tratta. Una persona agiata che riceve 10.000 Minibot, invece di risparmiare mille euro di tasse all’anno nei dieci anni successivi (perché aveva diritto, ad esempio, a una detrazione per aver effettuato una ristrutturazione immobiliare), probabilmente non modifica un granché il suo profilo di spesa.

L’emissione di Minibot, in altri termini, avviene per definizione “ndo cojo, cojo”. Va a una serie di soggetti che spesso non sono quelli a cui la liquidità serve di più, e che attiverebbero in modo più accentuato espansioni di domanda.

I Minibot sono quindi un mezzo per introdurre nell’economia uno strumento di pagamento complementare o alternativo all’euro. Non permettono però un’azione mirata di politica economica. L’impulso fiscale che producono è difficile da stimare, ma probabilmente è solo una frazione delle emissioni complessive.

Un’azione mirata richiede invece uno strumento come i CCF, appunto perché in questo caso si tratta di uno strumento “fiat”. Lo emetto nelle dimensioni opportune e lo posso destinare ai soggetti che con maggiore probabilità lo spenderanno – in particolare, fasce sociali disagiate e lavoratori a basso reddito. Una parte inoltre è allocabile alle aziende in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti – il che ne migliora immediatamente la competitività ed evita che l’impulso sulla domanda si disperda parzialmente a seguito di un peggioramento di saldi commerciali esteri. Il settore pubblico può anche assumere dipendenti o effettuare investimenti parzialmente pagati in CCF, generando un’espansione di PIL immediata, di pari importo.

Queste sono le condizioni per avviare un immediato, robusto rilancio di domanda, occupazione e PIL. Che dovrà essere la priorità del prossimo governo.

Lo stesso Berlusconi, rispondendo a un quesito posto da Paolo Becchi e Fabio Dragoni, pochi mesi fa ha dichiarato che l’obiettivo è disporre di uno strumento per “rilanciare i consumi e la domanda che sono leve fondamentali per una crescita sostenibile e duratura del Paese”.

Definiti i dettagli tecnici, le condizioni per l’accordo tra Forza Italia e Lega, come messo molto bene in luce da questo articolo di Giuseppe Palma, chiaramente esistono.


mercoledì 6 dicembre 2017

Le confusioni di Stefano Parisi


Un tweet rilanciato da Stefano Parisi pochi giorni fa durante la presentazione del suo neonato movimento politico, “Energie per l’Italia”, recita: “Dobbiamo riacquisire la nostra sovranità ma in modo serio: non uscendo dall’euro e dall’Europa. Per riottenere la sovranità, dobbiamo liberarci del debito. Ridurre il debito pubblico”.

A parte il consueto (non so quanto voluto) equivoco creato dall’assimilare l’Europa alla UE, Parisi mostra di non rendersi conto che il debito pubblico comporta, effettivamente, il rischio di uno spossessamento di sovranità: ma questo rischio dipende dall’averlo denominato in una moneta che il debitore non emette. L’euro, appunto.

Il debito pubblico italiano è diventato un problema nel momento in cui si è effettuata la scelta, insensata e catastrofica, di convertirlo da lire a una moneta estera. E verrebbe meno se l’Italia uscisse dall’euro (quella che Parisi definisce un’azione non “seria”) tornando alla lira.

Ora, se il ritorno alla lira con annessa conversione del debito è un’operazione per la quale non ci sono oggi le condizioni politiche (per tacere delle complessità operative), il problema è risolvibile solo con una combinazione delle seguenti due azioni.

UNO, politiche che diano un forte impulso a domanda, crescita e occupazione, riducendo quindi il peso del debito (quello vero, da rimborsare in moneta estera, cioè in euro) sul PIL.

DUE, utilizzo (per attuare queste politiche) di uno strumento finanziario emesso dallo Stato, di cui quindi non c’è necessità di approvvigionarsi sui mercati.

I CCF hanno, appunto, queste caratteristiche. La loro adozione consente all’Italia di riappropriarsi delle leve di politica economica indispensabili per rilanciare l’economia e per ridurre, gradualmente ma costantemente, l’incidenza del debito (da rimborsare in euro) sul PIL.

I CCF non sono titoli soggetti a rimborso: esiste invece l’impegno, da parte del settore pubblico italiano, di accettarli per soddisfare obbligazioni finanziarie nei suoi confronti (tasse e imposte in primo luogo).

Non esiste quindi, per la speculazione finanziaria, la possibilità di forzare lo Stato italiano a disconoscere l’impegno assunto emettendo CCF.

Esiste naturalmente il rischio che si emetta una quantità eccessiva di CCF, tale da rendere problematico utilizzarli tutti nel momento in cui giungono a maturità. Se questo avviene (ma è molto improbabile, in presenza di una corretta gestione del progetto) si avrà quindi un rischio di inflazione e di perdita di valore dei CCF - non di default. Esattamente come nel caso in cui si emettesse moneta nazionale.

Il debito che limita la sovranità nel senso sottointeso all’affermazione di Parisi (perché rischia di metterla in mano - la sovranità - alla speculazione finanziaria) è quello in moneta estera – in moneta, cioè, non garantita dalla potestà di emissione dello Stato.

Anche un’inflazione eccessiva naturalmente è da evitare, motivo per cui le politiche espansive devono essere correttamente dimensionate. Ma in un contesto di domanda depressa come l’attuale, l’inflazione è un problema in quanto troppo bassa, non in quanto troppo alta.

L’Italia è stata forzata ad adottare politiche procicliche, con danni catastrofici, nel 2011-2, e anche successivamente non ha potuto effettuare le azioni di stimolo necessarie per invertire la tendenza. Questo è il problema in cui l’Italia si trova oggi. Che non esisteva con la lira. E che, in assenza di un’uscita dall’euro, è però risolvibile mediante il progetto CCF.


lunedì 4 dicembre 2017

Come non tutelare l'equilibrio del sistema pensionistico


Letta su twitter alcuni giorni fa: “Solidarietà a Carlo Cottarelli, che armato di numeri e pazienza va a parlare in TV di pensioni con mistificatori, demagoghi, trecartari, arruffapopoli, e analfabeti funzionali”.

E in risposta un altro commento: “Cottarelli eroico ma dibattito deprimente su cui ci aggrovigliamo da 20 anni mai mai mai focus su crescita innovazione investimenti produttività”.

Chi sostiene queste posizioni dovrebbe riflettere sul fatto che vent’anni, guarda caso, sono (anno più, anno meno) quelli decorsi dall’introduzione dell’euro.

E la correlazione tra meccanismi di funzionamento dell’Eurosistema, e blocco di “crescita innovazione investimenti produttività” in Italia, è ben chiara e argomentata (altro che “correlazioni spurie”, come le chiama chi cerca di difendere l’indifendibile).

Il “focus” sulla mancanza di “crescita innovazione investimenti produttività” ha un senso a due condizioni: che se ne identifichino le CAUSE, e che se ne propongano le SOLUZIONI.

Niente di tutto questo avviene se ci si limita ad affermare che “manca crescita eccetera, QUINDI non ci sono i soldi per le pensioni”.

I soldi per le pensioni (e per la sanità, per l’ordine pubblico, per la tutela del territorio, per diminuire le tasse e per molte altre cose ancora) ci sono A CONDIZIONE che si risolva la crisi di domanda a causa della quale l’economia italiana lavora e produce molto al di sotto del suo potenziale.

Una volta compreso che la crisi di domanda trascina tutto il resto - ovvero, una volta effettuata la diagnosi corretta - si identificano anche le soluzioni (immettere domanda nel sistema economico) e gli strumenti tecnici (il progetto CCF / Moneta Fiscale).

Tagliare le pensioni “per preservare l’equilibrio del sistema pensionistico”, al contrario, distrugge ulteriore domanda, produzione e occupazione. Con il risultato che il sistema si squilibra ulteriormente. E la depressione dell’economia si aggrava.


sabato 2 dicembre 2017

I tempi di reazione dell'economia italiana

Scambiando opinioni qualche giorno fa con Claudio Nesti, è emerso il tema dei tempi di reazione sull’economia di un’azione espansiva della domanda.

In altri termini, se immetto potere d’acquisto aumentando la spesa pubblica o i trasferimenti, oppure diminuendo le tasse, mi attendo un beneficio su produzione e occupazione.

Questo beneficio richiede che esistano massicce quantità di capacità produttiva inutilizzata: se l’economia fosse in situazione di pieno impiego l’effetto sarebbe sui prezzi (quindi si creerebbe inflazione indesiderata), non sulle quantità prodotte e vendute. Ma il sottoutilizzo della capacità produttiva – che va di pari passo con elevate disoccupazione e sottoccupazione – è esattamente la situazione odierna dell’Italia.

Detto ciò, il beneficio in quali tempi si concretizza ? immediatamente ? in pochi mesi ? in un anno ? in parecchi anni ? Nelle varie analisi e simulazioni effettuate riguardo al progetto CCF, si è sempre supposto che si verifichi entro i dodici mesi successivi all’immissione di domanda nell’economia.

Più a lungo termine, ci saranno con ogni probabilità ulteriori vantaggi in conseguenza del riavvio degli investimenti privati: ma questo avverrà molto più gradualmente, via via che si riassorbirà la capacità inutilizzata e le aziende avranno quindi stimolo e interesse a investire, non solo a riavviare gli impianti fermi o che comunque oggi funzionano a basso regime.

Ma l’impatto diretto, dicevo, è stato stimato aver luogo entro dodici mesi.

La plausibilità di questa stima è rafforzata dal fatto che tra il 2011 e il 2012 è avvenuto, proprio (ahinoi) in Italia, un “esperimento naturale” in cui una violenta azione fiscale (di segno opposto, contrazione invece di espansione) è stata effettuata in omaggio alle “prescrizioni” UE.

Le azioni restrittive, condotte soprattutto mediante aumenti di tasse e riduzioni di trasferimenti, hanno avuto luogo grosso modo in tre fasi. La prima nel secondo trimestre 2011; la seconda a fine estate; e la terza (la più violenta) a inizio 2012, dal governo Monti appena insediato.

Lo scopo era “riportare sotto controllo lo spread”: come è noto, un fallimento totale. Lo spread era ancora a 500 punti nel luglio 2012 ed è sceso in modo permanente solo quando, finalmente, la BCE si è decisa a fornire ai mercati una garanzia realmente ferma e credibile in merito alla sua volontà di agire per evitare la rottura dell’euro (il famoso “whatever it takes” di Draghi).

Ma gli impatti sull’economia reale italiana si stavano purtroppo producendo, perché il segno delle azioni fiscali restrittive non è certo stato invertito. E come si vede da questo ormai celebre (o famigerato) grafico, il PIL italiano ha iniziato IMMEDIATAMENTE a flettere in corrispondenza del primo pacchetto restrittivo (secondo trimestre 2011) per poi continuare fino, grosso modo, a inizio 2013 (un anno dopo l’ultima pesantissima azione di Monti).



Da lì in poi si è smesso di violentare ulteriormente (quantomeno, non più in modo così feroce e dissennato) la domanda interna italiana, e la curva del PIL si è stabilizzata.

Sventuratamente, la stabilizzazione è avvenuta a livelli ben più bassi dei precedenti, con il connesso effetto di disoccupati, aziende fallite, esplosione di persone gettate in povertà. Per poi lasciar posto, dal 2014 in poi, alla modestissima attuale “ripresa” a ritmi dello zero virgola o dell’uno virgola, del tutto insufficienti ad alleviare il pesantissimo disagio sociale prodotto dalla crisi.


I pacchetti di euroausterità del 2011-2012 danno comunque un’indicazione molto chiara in merito ai tempi di impatto di un’azione sulla domanda: iniziano in modo pressoché immediato, e sviluppano pienamente i loro effetti (quelli diretti, gli effetti indotti sugli investimenti sono più lenti e graduali) entro, all’incirca, un anno.

mercoledì 29 novembre 2017

Che senso ha tenere una casa a zero gradi ?


“Nonostante la crisi, Pinco Pallino ce l’ha fatta e l’azienda xyz va a gonfie vele”. Quante volte avete letto o ascoltato considerazioni di questo genere sulla stampa “paludata” (il quartetto Corriere – Repubblica – Stampa – Sole) o sui telegiornali Rai ?

L’implicazione naturalmente è che la crisi non rende impossibile lavorare bene e trovare soddisfazioni dalla propria attività. E il messaggio sottilmente connesso è: non si lamenti chi non ce la fa, le opportunità esistono sempre, se avete problemi in fondo è colpa vostra.

Il punto, tuttavia, è che si sta mantenendo il sistema economico in situazione di carenza artificiale per quanto attiene alla diffusione del potere d’acquisto – in altri termini, si stanno contingentando senza necessità domanda, produzione e occupazione.

Certo, anche così qualcuno se la cava comunque discretamente. Ma è una situazione sensata, o accettabile ?

Immaginiamo una casa che si decide di non riscaldare – non perché non sia possibile, o troppo costoso, farlo. Semplicemente non lo si vuole. Così la temperatura (all’interno della casa) rimane costantemente a zero gradi per tutto l’inverno.

In quella casa abitano un baldo e atletico ventenne, un bambino e un anziano.

Il ventenne si infila tre golf uno sopra l’altro e tutto sommato non sta particolarmente male. Non è il massimo della comodità, ma il freddo non lo sente, o comunque è sopportabile.

Il bambino e l’anziano si ammalano. O peggio.

Certo, si può affermare che “chi aveva le capacità ce l’ha fatta comunque”, o che il bambino e l’anziano non avrebbero sofferto il freddo così tanto, se fossero stati anche loro ventenni in buona salute. E l’affermazione è vera, nel senso letterale del termine.

Ma che senso ha ?

Quello che non si spiega è perché si è deciso di lasciare la casa al freddo. Perché la spiegazione non c’è – o è così vergognosa da rendere inaccettabile metterla in evidenza