lunedì 24 luglio 2017

Regole UE: l'imprudenza della "prudenza"


L’obiezione forse più ricorrente, in merito alle proposte di soluzione della crisi economica mediante politiche espansive della domanda, si riassume in ultima analisi come segue.

Il mondo è complicato e la certezza in merito agli effetti sul PIL di un’azione espansiva (via CCF, “rottamazione del Fiscal Compact” o altro) non si può raggiungerla. “Quindi” occorre essere “prudenti” e non fare nessuna ipotesi. Detto altrimenti, che effetto avrà l’immissione di potere d’acquisto nell’economia ? non si sa con sicurezza assoluta, per cui stimiamo zero.

Corollario: se riteniamo (per motivi già di per sé altamente discutibili, ma questo è un altro discorso) che il deficit e il debito pubblico (in rapporto al PIL) vadano ridotti, facciamo austerità. Tagli e tasse. Effetti indotti sul PIL ? li abbiamo stimati a zero, per cui siamo “per definizione” sulla strada giusta. L’austerità ridurrà il deficit, missione compiuta. E qualsiasi evoluzione dell’economia reale, sempre “per definizione”, è da ricondurre ad altre motivazioni.

Ovviamente non è così, e ci vuole poco a capirlo. Togliere potere d’acquisto dal sistema economico ha un effetto di rallentamento della domanda. Il che può essere opportuno se l’economia è surriscaldata e ci sono tensioni inflazionistiche. Ma è catastrofico se l’economia sta viaggiando molto al di sotto del suo potenziale e le risorse produttive (persone e impianti) sono in larga misura inattive o sottoutilizzate.

Le ricette UE “prescritte” a vari paesi dell’Eurozona, soprattutto tra il 2011 e il 2013, si sono invece basate sul presupposto di “effetti indotti zero”. I risultati sono stati deleteri, particolarmente nei paesi (Grecia e, purtroppo per noi, Italia) dove sono state adottate più scrupolosamente.

Il tentativo di ridurre il deficit pubblico via austerità ha prodotto effetti minimi, nell’ordine di decimali, appunto perché frenare la domanda ha contratto il PIL e il gettito fiscale. Mentre i danni in termini di fallimenti aziendali, crescita della disoccupazione, incremento della povertà e del disagio sociale sono stati paurosi. E il debito pubblico in rapporto al PIL è aumentato invece di scendere.

Con un ulteriore effetto indotto: è andato in crisi il sistema bancario italiano a causa dell’esplosione delle insolvenze. Sistema bancario che tutto sommato era uscito dalla crisi finanziaria internazionale del 2008 con molti meno danni rispetto a tanti altri, in quanto le banche italiane non si erano cimentate (almeno, non ai livelli di molti altri paesi) con politiche azzardate di finanziamento della speculazione immobiliare o di utilizzo aggressivo di strumenti derivati.

Le regole UE e le politiche che ne derivano vengono giustificate con l’esigenza di essere “prudenti”. E’ invece difficile concepire qualcosa di più imprudente: adottare una linea di azione, ignorare completamente la possibilità che ne nascano effetti controproducenti, e continuare ostinatamente, ad anni di distanza, a negarne l’evidenza. Evidenza che è, al contrario, sotto gli occhi di tutti.

giovedì 20 luglio 2017

E se arriva una nuova crisi mondiale ?


Una delle obiezioni che ho trovato più curiose, tra quelle formulate in merito al progetto CCF / Moneta Fiscale  (e, in effetti, in merito a qualsiasi proposta di azione espansiva sulla domanda, compresa la “rottamazione del Fiscal Compact” recentemente ipotizzata da Renzi) si riassume come segue.

Le politiche espansive sarebbero “rischiose” perché nei prossimi anni si potrebbe verificare una recessione mondiale. Espandere la domanda incrementando il debito – o anche emettendo CCF, che non sono debito ma danno diritto a sconti fiscali futuri – potrebbe creare problemi in quanto in questo caso il maggior gettito fiscale compensativo non si genererebbe nella misura prevista.

In realtà, azioni espansive effettuate mediante emissione di CCF / Moneta Fiscale, corredate da clausole di salvaguardie non procicliche, implicano ampi margini di sicurezza anche nel caso in cui nei prossimi anni la congiuntura internazionale sia meno favorevole del previsto.

Detto ciò, è anche importante tenere a mente che una recessione mondiale può sicuramente verificarsi nei prossimi anni: ma questo vale sia che si parta con il progetto CCF / Moneta Fiscale, sia che non lo si faccia.

Ora, adottando il progetto, l’economia italiana può accelerare il suo tasso di crescita al 3-4% per i prossimi quattro-cinque anni. Se si continua con il “galleggiamento” attuale, rimarremo con gli uno virgola: in altri termini, con gli attuali, asfittici tassi di crescita.

E se una forte recessione mondiale abbassa di colpo il tasso di crescita (per esempio) di due punti, cos’è meglio – scendere dal 3%+ all’1%+ (rimanendo comunque con incrementi di PIL reale) o ritornare, dall’uno virgola, a variazioni negative ?

La domanda ovviamente è retorica. Proprio perché una recessione può sempre verificarsi, il meglio è affrontarla con un’economia che viaggia alla massima velocità possibile – e che quindi, anche in uno scenario sfavorevole, rallenta ma non si blocca.

Assolutamente da evitare è invece una situazione in cui si continua ad arrancare a bassa velocità, non solo perché questo implica di NON ridurre gli attuali, inaccettabili livelli di disoccupazione, sottoccupazione, disagio sociale e povertà, ma anche perché una frenata prodotta da eventi al di fuori del nostro controllo manderebbe la macchina dell’economia in testacoda.

Il fatto che una recessione possa verificarsi è un motivo in più per non indugiare ad adottare politiche di espansione della domanda: non una ragione per astenersene.

martedì 18 luglio 2017

La schiuma sulla cresta dell'onda


I movimenti speculativi sui cambi hanno controvalori enormemente superiori a quelli effettuati per esigenze commerciali: 50 a 1, o qualcosa del genere. Per ogni euro o dollaro compravenduto per acquistare beni o servizi esteri, svariate decine sono movimentate nell’ambito di transazioni puramente finanziarie.

Constatando questo dato di fatto, ogni tanto qualcuno arriva alla conclusione che non è possibile affermare nulla in merito a quello che sarebbe un corretto cambio di equilibrio. Non solo tra le valute esistenti oggi – euro e dollaro, per esempio – ma a maggior ragione se l’euro si spaccasse e venissero introdotte monete che oggi non esistono: la Nuova Lira, il Nuovo Marco eccetera.

Che senso ha (si dice) preoccuparsi dei fondamentali economici, quando la stragrande maggioranza delle transazioni in realtà prescinde dai fondamentali, ed è finalizzata solo a generare utili da trading, a breve o brevissima scadenza ?

In realtà le transazioni con finalità puramente speculative non si verificano solo sul mercato dei cambi. Prendete ad esempio il mercato azionario. Si può investire in singoli titoli azionari, in fondi, in indici, eccetera, perché si ha un’opinione in merito alle tendenze di lungo termine di mercati, settori e aziende. Ma in quantità e controvalori, il trading speculativo muove volumi di transazioni molto superiori.

Allora l’analisi fondamentale dei valori sottostanti è tutta da buttare a mare ?

No, niente affatto. Le transazioni speculative sono quelle che John Maynard Keynes chiamava “la schiuma sulla cresta dell’onda”. Se si osservano i mercati finanziari giorno per giorno o settimana per settimana, si vede solo il ribollire della schiuma. Ma esaminando le tendenze di medio e lungo periodo, si percepisce la forma e la direzione dell’onda.

Prendiamo un mercato azionario ampio e liquido. Wall Street, ad esempio. Nessuno è in grado di prevedere con una affidabilità superiore a quella prodotta dal lancio di una moneta la direzione del mercato su un periodo di una settimana, un mese o un anno. Ma più si allunga il periodo sotto osservazione, e più i rendimenti del mercato si allineano alle tendenze di lungo termine.

Un testo chiave per comprendere queste dinamiche è “Stocks for the Long Run” di Jeremy Siegel, che esaminando le tendenze degli indici per un periodo di oltre duecento anni ha constatato che il rendimento reale (al netto dell’inflazione) dell’investimento azionario, in qualsiasi periodo storico, tende a convergere intorno al 6,5% - 7%.

E questo sovrarendimento (rispetto all’inflazione) non nasce dal nulla. E’ il premio che l’investitore azionario richiede per giustificare di prendere posizione su un mercato che, appunto, nel breve e nel medio termine fluttua, e spesso richiede tempo e pazienza perché una corretta decisione di acquisto dia i risultati attesi.

L’implicazione è che in un singolo periodo di uno, due, o anche dieci anni non si ottiene esattamente “quel” rendimento. La curva dei valori azionari oscilla intorno al trend. Se ne può discostare per periodi anche lunghi – le bolle speculative esistono e possono durare vari anni. Ma invariabilmente finiscono.

L’oscillazione intorno al trend di lungo periodo è denominata “mean reversion”, inversione verso la media, e fa sì a che a un periodo di sopravvalutazione ne segua uno di sottovalutazione, e viceversa. Ma il trend esiste, e può essere stimato in modo affidabile.

Per quanto i riguarda i cambi tra valute, anch’essi hanno tendenze di lungo termine governate da fattori oggettivi: inflazione, competitività, saldi commerciali. Riguardo a questi ultimi, va chiarito che l’equilibrio di lungo termine non è necessariamente tale da portare tutti i paesi a una situazione di saldo zero (né surplus né deficit). Esistono altri fattori quali, ad esempio, la demografia: se in Germania, Giappone, Italia la popolazione è a crescita zero e negli USA invece aumenta, è normale che, anche a parità di sviluppo del PIL procapite, l’economia USA cresca più velocemente e richieda investimenti superiori al risparmio interno. Il che implica deficit commerciali.

Un ripassino di contabilità nazionale può magari essere utile per chiarire quest’ultimo punto:

Reddito nazionale = consumi + investimenti + export – import.

QUINDI: Reddito nazionale – consumi = investimenti + export – import.

MA: Reddito nazionale – consumi = risparmio.

PER CUI: Risparmio = investimenti + export – import.

E: Risparmio – investimenti = export – import.

Da cui, se gli investimenti superano il risparmio, l’import DEVE superare l’export (quindi i saldi commerciali devono essere in deficit). E viceversa.

Detto questo, esistono livelli di surplus e deficit giustificati, e livelli eccessivi che nascono da distorsioni. Il surplus commerciale tedesco al 9% del PIL nasce dal fatto che l’euro è una moneta sottovalutata per i fondamentali dell’economia tedesca. Difficile metterlo in discussione. E l’implicazione è che questa distorsione finirà, in un modo o nell’altro, per subire una correzione.

Ma tornando all’onda e alla schiuma, il punto chiave è che le transazioni speculative saranno anche 50:1 rispetto a quelle motivate da logiche economiche: ma i loro impatti tendono a elidersi e a compensarsi. In buona parte già del breve termine, e per intero nel medio-lungo.

A un eccesso segue una correzione. Sotto il ribollire della schiuma c’è la forma dell’onda. E quando si ragiona in un’ottica pluriennale, è l’onda che interessa, non i flussi di breve termine.


venerdì 14 luglio 2017

Renzi rottama il Fiscal Compact ?

Un lettore del blog mi chiede un’opinione in merito alle dichiarazioni di Matteo Renzi, che parla di rinegoziare il Fiscal Compact, anzi in buona sostanza di abrogarlo tornando ai parametri originari del trattato di Maastricht. Con particolare riferimento al vincolo del 3% per il rapporto deficit pubblico / PIL.

Rispondo volentieri. Sono molto scettico, e non perché l’obiettivo non sarebbe, in sé, adeguato a risolvere parecchi dei problemi dell’economia italiana.

Nel 2018, il ministro dell’economia Padoan ha proposto (pare con buone possibilità che l’accordo venga raggiunto) alla Commissione UE una discesa del deficit / PIL non dal 2,1% (previsione 2017) all’1,2% (come da accordi precedenti), ma all’1,7%. Quindi si scende un po’ di meno, ma comunque si scende.

Per Renzi occorre invece tornare “appena sotto il 3%”, quindi al 2,9%, per cinque anni. La differenza per il solo primo anno sarebbero circa 30 miliardi di deficit in più, che corrisponde a molte più risorse a disposizione per rilanciare investimenti e spesa sociale, e per ridurre le tasse.

Una manovra ben concepita (in particolare destinando in parte l’intervento alla riduzione del cuneo fiscale, consentendo quindi alle aziende di recuperare competitività nella misura necessaria a non peggiorare i saldi commerciali esteri) darebbe un grosso impulso a PIL e occupazione, e rappresenterebbe finalmente un punto di svolta per l’economia italiana. Uscendo dalla asfittica attuale “ripresa” a ritmi dello zero virgola o dell’uno virgola, e salendo probabilmente oltre il 3% di crescita reale per alcuni anni. Quanto è necessario per colmare il terrificante buco di domanda e occupazione che si è prodotto dal 2007 in poi – e che i ritmi attuali di sviluppo sono del tutto insufficienti a recuperare.

Tutto bene quindi ? no, perché la proposta Renzi non dà affidabilità sulla sua effettiva possibilità di applicazione.

Per iniziare, il 2018 non si tocca. Il governo Gentiloni non è intenzionato a presentare la proposta in sede UE. Nella migliore delle ipotesi tutto slitta al 2019.

Ma a parte questo ci sono vari presupposti di dubbia realizzazione. Che Renzi vinca le elezioni. Che ritorni a essere il capo del governo. Che presenti la proposta in sede UE. Che riesca a farsela accettare.

Le mie perplessità nascono dal fatto che Renzi è stato capo del governo per due anni e mezzo abbondanti. La necessità di una modifica di impostazione nelle linee di politica economica era evidente fin dal giorno del suo insediamento (in realtà da molto prima, ma questo è un altro discorso…).

Che fiducia si può avere in un Renzi che ottiene nel 2018-2019 quanto non ha conseguito nel 2014-2016 ?

Alla luce soprattutto del fatto che è stata portata all’attenzione del governo di cui Renzi era a capo, fin dall’estate 2015, la proposta CCF / Moneta Fiscale ? Risposta degli organi tecnici con cui io (insieme ad altri) ho avuto il piacere di interloquire: si può fare. Restiamo in attesa di “input politici”.

Che non sono mai arrivati.

Per intenderci, la proposta CCF / Moneta Fiscale ottiene tutti i risultati a cui punta Renzi, senza necessità di modificare alcun trattato e senza bisogno di rinegoziare nulla con nessuno. Né a Bruxelles né a Francoforte.

E’ possibilissimo che mi sfugga qualcosa. E se Renzi ritorna capo del governo, farò senz’altro il tifo perché la rottamazione del Fiscal Compact avvenga. Meglio tardi che mai.

Ma alla luce di quanto sopra, per adesso mi pare che Renzi stia solo facendo campagna elettorale. Il che beninteso è legittimo e anche normale. Ma mi lascia decisamente tiepido.

La vita è strana, e le strade della politica sono tortuose. Ma non chiedetemi di trattenere il fiato in attesa che la stessa persona che non ha intrapreso un percorso nel 2015 arrivi allo stesso obiettivo, tramite una via molto più incerta, nel 2019.


giovedì 13 luglio 2017

BCE, CCF e titoli non soggetti a default

Si è parlato parecchio, nelle ultime settimane, di un report predisposto da due collaboratori della BCE, in particolare con riferimento al seguente passaggio:

“In un’economia che ha una propria moneta a corso forzoso, l’autorità monetaria e quella fiscale possono garantire che il debito pubblico denominato in quella valuta nazionale non sia soggetto a default, cioè che i titoli pubblici che giungono a maturazione siano convertiti in valuta a parità. Con una disposizione di questo tipo la politica fiscale può concentrarsi sulla stabilizzazione del ciclo economico anche quando la politica monetaria sui tassi raggiunge il livello nominale minimo. Nonostante ciò le autorità fiscali dei paesi dell’area euro hanno rinunciato alla possibilità di emettere titoli non soggetti a default. Di conseguenza una stabilizzazione efficace del ciclo macroeconomico è diventata un obiettivo difficile da raggiungere”.

Queste pochi frasi hanno implicazioni serissime. Si sta affermando (in un report predisposto da ricercatori che collaborano con la BCE !) che il sistema euro ha un problema fondamentale: l’impossibilità per gli stati membri di finanziarsi, e quindi anche di effettuare le necessarie manovre di stabilizzazione in presenza di shock esterni (quali la crisi finanziaria internazionale del 2008, e le sue conseguenze) emettendo titoli non soggetti a rischio d’insolvenza.

Con ogni probabilità, il report è stato predisposto per supportare una riforma dell’Eurosistema che preveda di rimediare a questa gravissima lacuna emettendo titoli garantiti dalla BCE, e modificando i trattati in modo da poterli utilizzare per queste operazioni di “stabilizzazione” (che in buona sostanza significa manovre espansive  - più spesa pubblica e/o minori tasse - nelle situazioni in cui la domanda è troppo debole).

Il problema è che non esiste attualmente, all’interno dell’Eurozona, il necessario consenso unanime per modificare i trattati. In parole più semplici, la Germania si oppone, e non è prevedibile che modifichi la sua posizione, quantomeno ancora per parecchi anni.

I Certificati di Credito Fiscale sono esattamente lo strumento che, senza richiedere modifiche dei trattati, risolve il problema. Li possono emettere gli stati membri e non sono soggetti a default, in quanto danno diritto a sconti su pagamenti di imposte future, ma non devono essere rimborsati in euro. Nessuno stato emittente potrà quindi mai essere costretto al default su un CCF – esattamente come non è possibile costringere al default (su un titolo di debito pubblico) lo stato che emette la moneta in cui quel titolo è rimborsabile.

I CCF, in sintesi, risolvono il problema discusso dai ricercatori BCE nel loro report.


martedì 11 luglio 2017

CCF e Moneta Fiscale, chiarimenti sui dubbi di Wolfgang Munchau


Il 3 luglio scorso si è tenuto alla Camera dei Deputati un convegno organizzato dal M5S, dal titolo di “The Italian Public Debt in the Eurozone”.

Partecipava anche Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times e responsabile del sito “Eurointelligence”, dedicato principalmente alla UE e all’Eurozona.

Qui di seguito alcuni suoi commenti:

“E’ stato dato molto spazio al dibattito sui Certificati di Credito Fiscale – dei buoni emessi dallo Stato e che possono essere utilizzati per il pagamento delle imposte. Ricordiamo che Yanis Varoufakis ha lavorato su uno schema simile per la Grecia e uno dei suoi consulenti di allora ha fornito alcuni dettagli su come tale sistema possa essere messo in funzione, e sul perché in Grecia non ha funzionato. La risposta è stata che richiede un livello straordinario di preparazione tecnica e logistica, che è al di fuori della portata delle competenze realmente disponibili per la maggior parte dei governi.

Conferenze come queste non raggiungono mai un consenso, ma sollevano domande. Una delle domande sui Certificati di Credito Fiscale è se siano sostenibili o se siano solamente uno strumento transitorio. E’ solo uno strumento attraverso il quale un paese effettua la transizione verso una nuova valuta, o semplicemente una misura di liquidità a breve termine, o può funzionare come una forma di moneta complementare ?”

Vale la pena di rispondere punto per punto.

Quanto alla “preparazione tecnica e logistica”, il consulente (ai tempi) di Varoufakis presente al convegno ha citato “tempi e difficoltà operative” relative alla stampa e alla distribuzione di nuove banconote. Ora, in realtà il progetto Moneta Fiscale NON prevede l’emissione fisica di banconote e monete, ma l’attivazione di due possibili metodi alternativi di produzione e distribuzione dello strumento monetario.

Il primo è una carta elettronica, distribuita alla popolazione, su cui la Moneta Fiscale viene accreditata, e che può essere utilizzata per pagamenti analogamente a una carta di credito o a un bancomat.

Il secondo – i Certificati di Credito Fiscale propriamente detti – è un titolo emesso dallo Stato e assegnato (senza contropartita) a una pluralità di soggetti: lavoratori dipendenti a integrazione delle loro retribuzioni; aziende a riduzione del cuneo fiscale; pensionati e categorie disagiate per interventi di spesa sociale; enti pubblici locali per riavviare opere di pubblica utilità sul territorio; eccetera.

I CCF nella forma “titolo” possono circolare sulle stesse piattaforme elettroniche di negoziazione e scambio oggi utilizzate per i titoli di Stato – BOT, BTP, CCT, CTZ eccetera – che sono ampiamente diffuse e rodate. E il soggetto che li riceve deve semplicemente disporre (o aprirlo se non ne ha uno) di un “conto deposito titoli” presso la sua banca.

I CCF sono a tutti gli effetti un titolo di Stato: la differenza rispetto agli altri è che non si tratta di un titolo di debito (non è soggetto a rimborso in euro, ma deriva il suo valore dall’utilizzabilità per beneficiare dei sconti d’imposta).

Non si parla quindi, in nessuno dei due casi, di produrre e distribuire banconote. La Moneta Fiscale via supporto elettronico richiede probabilmente non più di qualche mese di lavoro per essere predisposta. Il CCF è ancora più rapido: nuove categorie o scadenze di titoli di Stato vengono introdotte ogni mese. I tempi tecnici necessari all’attuazione di un provvedimento normativo che introduce i CCF si misurano in giorni, o al massimo in poche settimane.

In altri termini, nulla che non sia ampiamente alla portata delle competenze tecnico-logistiche dello Stato italiano.

Quanto agli altri punti:

I CCF sono senz’altro una riforma che può avere natura permanente e non transitoria. Possono essere una transizione che porta all’introduzione di una moneta nazionale e all’uscita (di fatto, e poi anche formalmente) dall’eurosistema, ma non c’è necessità che le cose si evolvano in questo modo. Se accadrà, sarà in conseguenza di decisioni politiche, non di fattori tecnici.

Possono quindi costituire una moneta complementare utilizzata insieme all’euro (e, peraltro, denominata in euro e ad esso agganciata in quanto dà diritto a sconti d’imposta su base 1:1 – posso indifferentemente pagare tasse in euro, o ridurle di pari importo presentando un dato ammontare facciale di CCF).

E non sono una misura di liquidità a breve termine in quanto il programma di emissione, e il conseguente rilancio dell’economia italiana (o di qualsiasi altro paese che li introduca), si svilupperà nel corso di alcuni anni (vedi pagina 11, qui).

Tuttavia, non è escluso che un’evoluzione economica favorevole renda possibile ridurre, tra alcuni anni, l’ammontare di CCF in circolazione, e magari addirittura azzerarli. Ma i CCF resteranno uno strumento disponibile e riutilizzabile al presentarsi di necessità future.

In altri termini, un sistema euro + CCF è sostenibile nel tempo, e il suo utilizzo è modulabile in funzione delle necessità. Può essere quindi l’architrave di un sistema economico-monetario permanente.


venerdì 7 luglio 2017

Per migliorare ulteriormente l’accettazione dei CCF

Un suggerimento di Giovanni Albin merita senz’altro di essere approfondito.

Il progetto CCF / Moneta Fiscale prevede (tra le altre cose) che una parte delle assegnazioni di CCF vada alle imprese, in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti.

In pratica, se un dipendente costa mensilmente 2.500 euro (come totale di retribuzione netta, contributi sociali e imposte pagate dall’azienda per conto del dipendente – via trattenuta alla fonte), non appena il progetto parte l’azienda riceve, per esempio, CCF per un valore facciale poniamo di 150 (sempre ogni mese).

In questo modo il costo del lavoro totale dell’azienda diminuisce (senza nessuna penalizzazione per il dipendente, che anzi è anche lui destinatario di assegnazioni di CCF, e quindi migliora il suo reddito effettivo).

Questo migliora immediatamente la competitività delle aziende italiane e impedisce che il maggior potere d’acquisto messo in circolazione via CCF / MF incrementi le importazioni nette e peggiori, quindi, i saldi commerciali esteri. Ci saranno, infatti, più importazioni, ma anche maggior export e anche un effetto di sostituzione di parte dell’import con produzioni domestiche.

Ora, per dare ancora più fiducia e tranquillità sul fatto che i CCF / MF vengano accettati come “equivalenti monetari”, è possibile prevedere che le aziende, nel momento in cui ricevono CCF, assumano anche l’impegno di accettarli in parziale pagamento di quanto loro dovuto.

A titolo di esempio, un’azienda fattura 100 milioni all’anno. Sostiene costi di lavoro lordi annui per 25 milioni di euro. Riceve CCF per un valore facciale di 1,5 milioni (sempre ogni anno).

Il provvedimento legislativo che introdurrà i CCF potrà prevedere, per le aziende a cui vengono assegnati, l’obbligo di accettare CCF in parziale pagamento di quanto a esse dovuto per la vendita dei propri beni o servizi.

Per esempio, fino a un massimo dell’1% di ogni pagamento (ad aziende assegnatarie di CCF) potrà essere effettuato in CCF: quindi un pagamento di 10.000 euro potrà essere saldato con 9.900 euro e 100 CCF.

L’azienda saprà a questo punto che i CCF ricevuti hanno non una ma due forme di utilizzo certo e garantito: gli sconti fiscali futuri ma anche l’impiego per saldare pagamenti nei confronti di altre aziende (i suoi fornitori italiani).

I parametri effettivi richiedono una riflessione per quanto attiene in particolare alla quota massima di pagamenti effettuabili in CCF. Il punto, comunque, è che un semplice accorgimento di questo genere rende ancora più certa l’accettazione dei CCF, e – forse ancora più importante – agevola e velocizza la circolazione dei CCF come strumento di pagamento “euro-equivalente” all’interno del sistema economico.