giovedì 21 settembre 2017

mercoledì 20 settembre 2017

Su Project Syndicate

Project Syndicate non è esattamente il sito di economia e politica internazionale su cui è più facile essere pubblicati... quindi con piacere (mio) trovate qui il nostro articolo sui Tax Rebate Certificates, che poi sono sempre i Certificati di Credito Fiscale.

Quanto alla versione italiana, mi ero portato avanti: eccola.

sabato 16 settembre 2017

Moneta Fiscale: farla funzionare è semplice

Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini

In un recente articolo, Yanis Varoufakis dell’Università di Atene ha messo in evidenza l’utilità di dare ai governi nazionali maggiore autonomia nella creazione di moneta per fini interni. Varoufakis propone un nuovo sistema di pagamenti parallelo basato sulla “moneta fiscale”, nonché un complesso meccanismo per creare questo tipo di moneta.

In replica, desideriamo indirizzare i lettori alla nostra proposta di Moneta Fiscale, che sarebbe di più semplice e immediata applicazione rispetto al sistema descritto da Varoufakis. L’abbiamo delineata nel nostro “Manifesto per l’Italia (2014)”, a seguito della ricerca di uno strumento di politica economica in grado di rinvigorire la domanda aggregata in una economia con spazi fiscali limitati e priva di sovranità monetaria. Come abbiamo argomentato in quella sede, uno strumento di questo tipo permetterebbe all’Italia di riprendersi dalla sua crisi economica senza lasciare l’eurozona e senza violare le regole dell’Unione Europea.

La nostra proposta si è evoluta in un ebook molto letto e in una serie di articoli, nei quali abbiamo sviluppato una rigorosa definizione di Moneta Fiscale e simulato l’impatto di un programma di moneta fiscale utilizzando dati economici italiani. Abbiamo anche preso in considerazione come la Moneta Fiscale opererebbe in contesti differenti, confrontando la nostra proposta con vari schemi di moneta parellela ipotizzati per la Grecia, nonché con le politiche economiche di Hjalmar Schacht, l’architetto della ripresa economica tedesca negli anni Trenta.

Le proposte di Moneta Fiscale sono oggi decisamente centrali nel dibattito politico italiano, in particolare tra i maggiori partiti d’opposizione, tra cui Forza Italia (lo schieramento di Silvio Berlusconi, capo del governo in passato), il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord. Alcuni di questi considerano la Moneta Fiscale un potenziale complemento all’euro, altri un mezzo per attivare l’uscita dell’Italia dall’Eurozona.

Nella nostra proposta, il governo italiano emetterebbe “Certificati di Credito Fiscale” che danno diritto a riduzioni in pagamenti futuri di tasse, imposte, contributi sociali ecc., per un ammontare uguale al loro valore nominale. Un CCF sarebbe utilizzabile in futuro – ad esempio, due anni dopo l’emissione – ma avrebbe anche un valore immediato, in quanto rappresenterebbe un diritto futuro garantito. Un CCF da 100 euro (120 dollari) emesso oggi varrebbe gli stessi 100 euro quando diventa utilizzabile tra due anni; nel frattempo, sarebbe negoziabile con un modesto sconto.

Per assicurare che il valore di mercato del CCF resti costantemente in linea con il nominale, il governo potrebbe pagare un tasso d’interesse positivo sui CCF. Si creerebbe anche un sistema nazionale di pagamento, dove i CCF verrebbero scambiati contro beni e servizi ceduti da fornitori disposti ad accettarli, o anche contro euro o altre attività. Creato questo sistema, il governo potrebbe emettere CCF, senza contropartita, direttamente a lavoratori, aziende, ceti disagiati, o utilizzarli per finanziare investimenti pubblici e programmi sociali.

La nostra proposta fornisce maggiore capacità di spesa sia al settore pubblico che agli operatori privati, e inoltre consente alle aziende domestiche di ridurre gli oneri sui costi di lavoro. In tal modo si migliora, tra l’altro, la loro competitività nei confronti delle importazioni nonché i saldi commerciali esteri.

Le emissioni di CCF potrebbero essere calibrate in modo da azzerare l’output gap del paese. Ad esempio il governo italiano potrebbe emettere CCF per 30 miliardi di euro annui a partire dal 2018, e poi espandere le emissioni annue fino a 100 miliardi nel giro di tre anni. La prima emissione di CCF avrebbe un effetto espansivo sulla produzione durante i due anni di differimento di utilizzo, grazie all’incremento di spesa del settore privato. E, poiché ampi livelli di output gap e bassi tassi d’interesse hanno un effetto moltiplicativo sulla crescita del reddito, le emissioni di CCF incrementerebbero il gettito del settore pubblico, coprendo così il proprio costo fiscale.

Soprattutto, i CCF non violerebbero il monopolio BCE sull’emissione di moneta ad accettazione obbligatoria. E i CCF non danno diritto a essere rimborsati, e non costituiscono quindi debito pubblico come definito da Eurostat. L’implicazione è che i governi possono emettere CCF senza entrare in conflitto con i trattati UE e con la normativa che regola le passività pubbliche, in quanto non incrementano il rischio di default dei governi medesimi.

Certamente i CCF indebolirebbero nel tempo la posizione fiscale se non stimolassero in misura sufficiente l’attività economica (e di conseguenza le entrate pubbliche). Ma per evitarlo, le emissioni di CCF potrebbero essere accompagnate da incrementi di tasse o tagli di spesa da attuarsi al momento dell’utilizzabilità, condizionate all’eventuale mancato verificarsi di un’adeguata crescita di gettito. Queste misure decadrebbero quindi automaticamente nel momento in cui i CCF genereranno espansione economica sufficiente a coprire il loro costo fiscale.

Di conseguenza, anche in un ipotetico (e virtualmente impossibile) worst-case scenario, nel quale i CCF risultino privi di qualsiasi effetto espansivo – in pratica, se tutti i beneficiari li “stivassero sotto il materasso” – adeguate clausole di salvaguardia li rendono privi di effetti negativi sulla posizione fiscale dello stato emittente.

Nel complesso, i CCF costituiscono una proposta priva di rischi. In Italia, dove l’economia rimane debole e fragile, con ogni probabilità produrrebbero una crescita più veloce e più robusta, ridando inoltre stabilità al problematico sistema finanziario locale.


lunedì 11 settembre 2017

Titoli fiscali: il massimalismo è sterile


Sale l’interesse e l’intensità del dibattito sulle varie opzioni di titoli a valenza fiscale – CCF, Minibot, altre forme di Moneta Fiscale – da introdurre per superare le disfunzioni dell’Eurosistema e mettere fine alla crisi economica.

In parallelo, mi trovo spessissimo a dibattere con interlocutori la cui posizione si riassume come segue. Sì, va bene, abbiamo capito, sono strumenti utili, sulla carta magari anche risolutivi, ma non funzionerà così – saranno osteggiati, boicottati da UE e BCE, ci scateneranno contro la speculazione, i mercati, lo spread, la chiusura delle banche, Godzilla e King Kong – serve altro, serve il breakup secco immediato, e anche l’uscita da tutti i trattati, dalla UE, dalla NATO, dal sistema solare.

Cerco, quindi, di sintetizzare nel modo più chiaro possibile come vedo la situazione.

L’uscita “secca” dall’euro mediante breakup non è tecnicamente impossibile, ma è complessa e, soprattutto, le condizioni politiche non ci sono oggi né ci saranno neanche dopo le prossime elezioni (perché non ci sarà una maggioranza parlamentare pro-breakup). Dire “breakup o niente” quindi equivale a dire niente, oggi e per i prossimi svariati anni.

D’altra parte, introdurre uno strumento fiscale parallelo – che non viola trattati e regolamenti UE – è un’iniziativa che può essere fermata solo con azioni estremamente pericolose per la tenuta del sistema UE / euro stesso. Interrompere di colpo il QE ? revocare l’OMT (il whatever it takes di Draghi, per intenderci) ? sospendere i canali di rifinanziamento della BCE nei confronti di Bankitalia e quindi del sistema bancario italiano ?

Sono tutte azioni che, a parte configurare (quelle sì) rotture dei trattati, equivalgono a scatenare una pesante crisi finanziaria e bancaria. Mi sembra estremamente arduo che si formi, a Bruxelles e a Francoforte, il consenso necessario per attuare qualcosa di simile.

In altri termini, le difficoltà politiche che esistono per attuare il breakup secco e improvviso da parte dell’Italia non solo vengono meno, ma risultano, in larga misura, ribaltate su UE e BCE.

Ma, si dirà, queste pressioni la BCE le ha esercitate in passato. Ha condizionato misure di sostegno al debito pubblico italiano all’attuazione di un programma di austerità, nel 2011. Ha interrotto l’espansione di linee emergenziali di liquidità – l’ELA – alle banche greche a fine giugno 2015, nell’imminenza di un referendum sulle misure richieste dalla UE.

In tutti questi casi, però, la situazione di crisi (indubbiamente legata, anzi in buona sostanza prodotta, dall’assetto disfunzionale dell’Eurosistema) preesisteva: non è nata nel momento in cui la BCE ha attuato quelle azioni.

A scanso di qualsiasi equivoco: non le sto difendendo. Le azioni andavano in una direzione totalmente errata. Non hanno risolto la crisi, ma l’hanno esacerbata. L’analisi delle cause e le conseguenti “prescrizioni” erano, e sono, completamente sbagliate. Si è gestita una crisi di domanda – conseguente alla crisi finanziaria mondiale del 2008 – come se fosse causata da eccessi di debito pubblico, con il risultato di forzare l’introduzione di politiche procicliche che hanno depresso ulteriormente varie economie nazionali (e non hanno neanche invertito la tendenza alla crescita del rapporto debito pubblico / PIL).

Però la “crisi dello spread” del 2011 non è nata a causa di azioni specifiche della BCE. E’ stata gestita in modo totalmente inappropriato, ma non è stata innescata in quel momento.

E quando la BCE nel giugno 2015 ha sospeso l’estensione della liquidità di emergenza alle banche greche (provocandone la chiusura) si stava acutizzando una corsa agli sportelli iniziata parecchio tempo prima. E la Grecia aveva appena fatto default su una rata di rimborso al Fondo Monetario Internazionale.

In altri termini: non intervenire, o intervenire in modo inappropriato, quando una crisi è in corso e sta raggiungendo una fase di tensione particolarmente critica, è una cosa. Agire in modo violento – e in completa rottura dei trattati – per provocarne una, è un’altra faccenda. Molto, ma molto più grave.

A chi delinea scenari da tregenda, in definitiva, rispondo: non credo che le cose stiano come dite voi, e in ogni caso adottare il vostro punto di vista equivale a non fare nulla per n anni a venire.

Al contrario, l’opportunità di fare qualcosa di molto rilevante può esserci, e tra pochi mesi. Io, oggi, punto su quella.


venerdì 8 settembre 2017

Mario Draghi, c'è moneta e "moneta"...


Durante la conferenza stampa di ieri presso la BCE, è stato richiesto a Draghi un commento sulle proposte di introduzione di una “criptovaluta” da parte dell'Estonia, nonché sulle ipotesi – ben note ai lettori di questo blog… - di titoli a utilizzo fiscale, di cui si parla principalmente in Italia (e italiano era il giornalista che poneva la domanda).

La risposta di Draghi è, testualmente, stata: “I won’t comment on the Italian intention but I will comment on the Estonian decision: no member state can introduce its own currency”.

Secondo il "Sole 24Ore" il messaggio di Draghi “vale quindi anche in Italia, dove la Lega Nord propone l’introduzione di una valuta complementare, i Minibot” – Minibot che sono l’ipotesi di titolo a valenza fiscale di cui si sta parlando maggiormente in queste ultime settimane. Ma il Sole è evidentemente andato fuori strada.

Non è casuale che nella sua risposta, Draghi abbia esordito dichiarando che NON avrebbe commentato le “intenzioni italiane”. Le proposte di titoli a valenza fiscale – CCF, Minibot, altre forme di Moneta Fiscale – non confliggono, infatti, con il monopolio BCE, che riguarda l’introduzione di monete ad accettazione obbligatoria. E la BCE di conseguenza non ha competenza in materia.

Non è possibile, da parte degli stati membri dell’Eurozona, emettere moneta con obbligo di accettazione nel territorio dello Stato. Ma è possibile emettere titoli o attività finanziarie di vario genere che gli Stati, o anche soggetti privati, s’impegnino ad accettare su base volontaria. Tanto è vero che le “monete” complementari (più propriamente, “circuiti di compensazione multilaterale”) esistono già: in Italia l’esempio di maggior successo è il circuito Sardex (vedi qui e qui).

I titoli a valenza fiscale, che traggono valore dall'impegno volontario di accettazione da parte dello Stato emittente, non confliggono con il monopolio di emissione della BCE: nulla di nuovo.


mercoledì 6 settembre 2017

Ancora su speculazione ed efficienza dei mercati


Una precisazione in merito al mio post di alcune settimane fa. Io NON credo alla tesi dell’efficienza dei mercati finanziari, se viene intesa come il concetto che i mercati hanno ragione per definizione, e quindi attribuiscono ad azioni, titoli, valute un valore sempre e comunque “esatto”.

I mercati spesso e volentieri sono vittime di grossi abbagli, dovuti a mode, eccessi, euforie speculative, incertezze o fraintendimenti sulle politiche dei governi e delle banche centrali, eccetera.

Per citare uno degli investitori di maggior successo della storia, Warren Buffett, “I would be a bum in the street with a tin cup if the markets were always efficient”.

Il punto è che le inefficienze esistono, ma il tempo le corregge. Buffett, invece di diventare uno straccione che chiede la carità con una tazza di latta, ha accumulato un patrimonio di svariate decine di miliardi, proprio grazie alla sua capacità di identificare le inefficienze dei mercati – comprando quando i prezzi erano insensatamente bassi ed evitando di farlo quando erano euforicamente alti.

Questa strategia, però, ha funzionato perché le sottovalutazioni sono state corrette dai mercati, entro un periodo di tempo di alcuni (per lo più pochi) anni. Se i flussi speculativi potessero autoalimentarsi all’infinito, la strategia di Buffett non funzionerebbe. Ma le cose stanno diversamente.

E nel caso delle valute ? se l’euro si rompesse, le stime effettuate da vari operatori di mercato e istituzioni sovranazionali convergono nell’affermare che il Nuovo Marco si rivaluterebbe del 25-30% circa rispetto alla Nuova Lira.

E’ possibile che la speculazione e la psicologia degli operatori spinga il Nuovo Marco a livelli più alti, per esempio a 1,50 contro la Nuova Lira ? certamente.

E’ possibile che parta a questo punto una spirale di “aspettative autorealizzanti” che porteranno il cambio a 2, e poi a 3, e poi a 5 ? No. L’1,50 non sarà seguito da una “spirale incontrollabile”, ma da un rientro intorno a 1,30.

Convergenze a livelli molto più alti potranno essere prodotte, casomai, non dalla “psicologia dei mercati” ma da forti differenze nei tassi d’inflazione. Che però la svalutazione da sola non genera, e che sono state realmente elevate solo nel periodo degli shock petroliferi.

E le situazioni che hanno enfatizzato gli effetti di quegli shock non sono presenti nel mondo di oggi.

Le nuove tecnologie di estrazione e di produzione di energia tendono a far scendere il costo di sostituzione delle riserve petrolifere.

L’incidenza dell’energia sul PIL è molto minore oggi che negli anni Settanta, sia per i miglioramenti di efficienza nello sfruttamento, che a causa della maggiore incidenza del terziario rispetto alla produzione industriale.

E, soprattutto in Italia, siamo lontanissimi dai livelli di saturazione delle risorse produttive che potrebbero innescare fenomeni inflazionistici degni di nota.


lunedì 4 settembre 2017

Perché i CCF non sono debito pubblico (again...)


Una breve (ennesima…) sintesi: i Certificati di Credito Fiscale, o CCF, non sono debito in quanto non esiste un’obbligazione di pagamento in cash da parte dell’emittente (nella nostra proposta, lo Stato italiano).

Lo Stato assicura a chi possiede un CCF, a partire da una certa data futura (due anni dall’emissione) il diritto di ridurre pagamenti altrimenti dovuti alla pubblica amministrazione – per tasse, imposte, contributi o qualsiasi altra motivazione.

I principi contabili Eurostat li identificano senza ambiguità come non-payable tax credits, che non sono debito. Debito è ciò che si è impegnati a pagare. Non quello che si può portare in compensazione di pagamenti altrimenti dovuti.

E’ vero che a fronte dell’utilizzo dei CCF si verificherà ceteris paribus un calo di gettito fiscale: questo però non implica che i CCF siano debito – bensì che debbano essere predisposte azioni compensative da attivare soltanto se, e nella misura in cui, l’effetto espansivo su PIL e gettito del maggior potere d’acquisto in circolazione (nel periodo intercorrente tra emissione e utilizzo dei CCF) non sarà sufficiente.

Queste azioni compensative possono anche essere definite fin dall’emissione dei CCF, ed attivate o meno in funzione delle necessità. Il che rende il progetto completamente privo di rischi sui saldi di finanza pubblica (come si spiegava qui).

Il fatto che i CCF siano titoli negoziabili e trasferibili non rileva. Non c’è debito se non c’è impegno di pagamento. Mentre c’è debito anche se l’impegno di pagamento non è incorporato in un titolo (altrimenti un finanziamento diretto allo Stato italiano da parte di un’istituzione sovranazionale, tipo FMI, non sarebbe debito).

Anche il fatto che i CCF siano un impegno incondizionato (non-contingent) non rileva. Gli impegni italiani verso il fondo salvastati ESM (63 miliardi di cui meno della metà versati) sono tutti parte del debito pubblico anche se sono (per la parte non versata) contingent, vale a dire condizionati, al fatto che l’ESM li richieda. La parte a oggi non utilizzata potrebbe non essere mai richiesta, ma c’è impegno di pagamento, e quindi c’è debito.

I CCF non sono debito all’emissione e in effetti neanche al momento dell’utilizzo. Quando sono utilizzati, si estinguono. A quel punto si vanno a verificare i saldi di finanza pubblica effettivi, si constata se sono in linea con gli obiettivi di finanza pubblica, e in caso di disallineamento si interviene: altrimenti no.

Ai sensi di trattati e regolamenti UE i CCF, semplicemente, non sono mai da includere nel debito pubblico.


venerdì 1 settembre 2017

Puntare sui Minibot non è un motivo per non introdurre i CCF

Si continua a parlare delle varie ipotesi di strumenti finanziari a valenza fiscale, dopo che la replica di Berlusconi all’articolo di Paolo Becchi e Fabio Dragoni ha riacceso i riflettori sull’argomento.

Dico “riacceso” perché a fine marzo scorso il M5S aveva reso noto il suo interesse verso ipotesi di Moneta Fiscale. Per cui, va ricordato, schieramenti politici che rappresentano complessivamente il 60% circa dell’elettorato (stando ai sondaggi) stanno ragionando su idee che hanno una matrice comune, anche se declinata in forme parzialmente differenti.

Tra le varie soluzioni sul tavolo, i Minibot proposti dal responsabile economico della Lega, Claudio Borghi si distinguono in quanto sono esplicitamente presentate non come una soluzione alle disfunzioni dell’Eurosistema, ma come una transizione verso il suo scioglimento.

In quest’ottica, non è un problema prioritario il fatto che i Minibot non creino una grossa iniezione di potere d’acquisto supplementare. Al contrario dei CCF (diritti a sconti fiscali che nascono al momento dell’emissione del titolo) i Minibot danno infatti forma cartacea a crediti verso l’erario già esistenti.

Il vantaggio per chi riceve il Minibot è sostituire uno strumento illiquido con uno liquido, utilizzabile immediatamente per effettuare compensazioni d’imposta, e trasformare quindi potere d’acquisto differito in capacità di spesa immediata (nella misura in cui i Minibot circolano e sono accettati).

Però non si verifica un arricchimento reddituale e patrimoniale in capo al ricevente. Certo, il vantaggio della maggiore liquidità non è da trascurare, ma l’impatto sulla spesa sarà con ogni probabilità inferiore (a parità di emissioni) a quello ottenibile distribuendo CCF.

Come accennato sopra, questo non è un problema se i Minibot rappresentano un ponte verso lo scioglimento della moneta unica e la fine dell’euroausterità.

Tutto questo mi spinge però a formulare tre riflessioni, o se vogliamo a porre tre domande.

La prima: se l’introduzione dei Minibot è un passo preliminare all’avvio di un negoziato in sede Eurozona per arrivare allo scioglimento consensuale, in che misura la loro esistenza rafforza il potere contrattuale dell’Italia ?

Certo, se si arriva all’impasse, o peggio ancora ad azioni intimidatorie (a cui personalmente non credo) meglio avere in circolazione un embrione di moneta nazionale, che la popolazione sta già utilizzando, che viceversa. Ma cambia drasticamente la situazione ? le complessità dell’euro-breakup non sono riconducibili solo, e neanche prevalentemente, al problema di emettere una nuova moneta cartacea.

Teniamo anche conto che in sede UE la risposta potrebbe semplicemente essere di questo tipo: bene, hai introdotto i Minibot, nessuno te lo impediva, non è debito aggiuntivo. Non ci compete obiettare nulla. Ma sciogliere consensualmente l’euro ? ovviamente no, non se ne parla.

La seconda: esiste una maggioranza politica per andare a proporre lo scioglimento dell’Eurozona ? sembra di no, Forza Italia non è su questa linea, il M5S appare aver preso atto che il referendum è impraticabile e ragiona sulla Moneta Fiscale in affiancamento all’euro. La Lega è cresciuta, e rispetto ai sondaggi attuali è possibilissimo che vada anche meglio alle elezioni: ma al 51% non arriva.

La terza: in ogni caso, se si avvia un negoziato per concordare lo scioglimento, i tempi sono lunghi (un anno mi appare una stima già fortemente ottimistica) e l’esito molto incerto. Nel frattempo, come si riavviano domanda, produzione e occupazione ?

Alla luce di quanto sopra, una strada che ritengo vada seriamente esaminata è introdurre CCF e Minibot insieme.

Il fatto che i Minibot siano in circolazione tra l’altro potrebbe agevolare l’accettazione e la valutazione di mercato dei CCF, di cui si propone l’emissione sotto forma di titoli utilizzabili come sconto fiscale due anni dopo l’introduzione (per non creare squilibri di finanza pubblica prima che l’azione espansiva sulla domanda abbia adeguatamente avuto effetto).

I CCF sarebbero in pratica l’equivalente di un CTZ a due anni che, invece di essere rimborsato in euro a scadenza, si trasforma in un Minibot. L’abitudine ad utilizzare i Minibot consoliderebbe quindi anche l’accettazione dei CCF.

Su un progetto di questo genere esiste, a quanto pare, un consenso ampiamente maggioritario tra gli schieramenti politici italiani, “pesati” sulla base degli attuali sondaggi: sia che lo si veda come un punto di arrivo, che come un passo intermedio per qualcos’altro.


lunedì 28 agosto 2017

CCF: articolo su Libero (con un addendum)

Paola Tommasi, collaboratrice di Renato Brunetta, ha pubblicato ieri su "Libero" l'articolo riprodotto qui di seguito.




Alcuni paragrafi inclusi in una precedente bozza dell'articolo non sono stati incluso nella versione pubblicata, per motivi di lunghezza e anche perché erano in effetti, in quella sede, un po' troppo tecnici. E' però molto importante averli ben presente quando si esamina la proposta CCF:

"Un peggioramento dei saldi di finanza pubblica si avrebbe solo se i CCF non producessero una sufficiente espansione di PIL e gettito fiscale. E’ molto improbabile, perché nel contesto attuale di domanda fortemente depressa un’iniezione di capacità di spesa dà risultati particolarmente robusti.

Per rendere la manovra completamente priva di rischio è comunque possibile predisporre azioni compensative, di pari importo e segno contrario, con effetto anch’esso differito di due anni. Se nel 2018 si emettono 30 miliardi di CCF, si deliberano incrementi d’imposte e tagli di spesa per i medesimi 30 miliardi con effetto 2020. Queste azioni compensative decadranno automaticamente se l’azione espansiva dei CCF produrrà, tra il 2018 e il 2020,  un gettito almeno pari agli sconti fiscali. Se per assurdo i CCF avranno zero effetti espansivi (i riceventi li “lasceranno in un cassetto” per utilizzarli solo a scadenza) nel 2020 si avranno due effetti di pari importo e segno opposto, rendendo la manovra a saldo zero.

Nel peggiore (e più remoto) dei casi, i CCF sono quindi un progetto privo di rischio. Molto più probabilmente, produrranno una forte ripresa dell’economia e, finalmente, l’uscita dalla crisi. In questo scenario appaiono quindi infondati alcuni articoli apparsi su media anglosassoni che ipotizzano sconvolgimenti nei mercati finanziari all'idea di una moneta parallela. Un progetto con le caratteristiche descritte in questo articolo, al contrario, rimette l’economia italiana su un forte percorso di crescita, condizione imprescindibile per la stabilità del sistema."

E' il concetto dei "CCF manovra a rischio zero", che in questo blog era già stato descritto, in particolare qui.



martedì 22 agosto 2017

Centrodestra e Moneta Fiscale

Un articolo di Paolo Becchi e Fabio Dragoni su “Libero” sta stimolando in questi giorni il dibattito in merito alle proposte di introduzione di una Moneta Fiscale nazionale per rivitalizzare l’economia italiana e superare le gravissime (e irrisolte) disfunzioni dell’Eurosistema.

Becchi e Dragoni, tra le altre, hanno rivolto a Silvio Berlusconi la seguente domanda:

“Visto che sia Forza Italia che la Lega parlano di doppia moneta, cosa pensa dei cosiddetti Minibot ?”

E Berlusconi ha risposto in questi termini:

“I Minibot hanno caratteristiche molto simili a quelle di una nuova moneta emessa dallo Stato. Quindi non ci vedo una differenza significativa con la proposta di una nuova “lira””.

Fermo restando (come afferma sempre Berlusconi qualche riga sopra nella sua risposta) che la finalità è

“rilanciare i consumi e la domanda che sono leve fondamentali per una crescita sostenibile e duratura del Paese”.

Il nostro gruppo di ricerca ha avuto nei mesi scorsi diversi incontri con Renato Brunetta e alcuni suoi collaboratori, tra cui Paola Tommasi, in merito al progetto Moneta Fiscale, nella forma dei Certificati di Credito Fiscale.

Minibot e CCF hanno effettivamente molti punti di contatto. E’ importante però precisare che, nell’attuale proposta di Claudio Borghi (responsabile economico della Lega) i Minibot entrerebbero in circolazione mediante assegnazione a creditori del settore pubblico italiano, in particolare fornitori della Pubblica Amministrazione.

I Minibot darebbero diritto al rimborso in euro, ma anche, fin dal momento della loro assegnazione, a essere utilizzati per effettuare pagamenti verso il settore pubblico, e in particolare per saldare tasse e imposte.

I Minibot sono quindi debito pubblico, appunto perché è sempre possibile richiederne il rimborso in euro. Non incrementano però il debito in circolazione, in quanto “cartolarizzano” debito che già esiste.

In questa forma, tuttavia, non raggiungono l’obiettivo di rilanciare consumi e domanda, perché non si tratta di potere d’acquisto addizionale messo a disposizione degli individui. Non si interviene neanche sulla competitività delle aziende mediante intervento sul cuneo fiscale (come previsto nel progetto CCF) e non le si mette quindi nemmeno in grado di guadagnare mercato nei confronti dei concorrenti esteri.

Le aziende trasformano crediti scarsamente liquidi in uno strumento liquido e circolante, e questo è sicuramente un vantaggio, ma non c’è un’azione di stimolo della domanda interna e della competitività, e quindi neanche un significativo incentivo a rilanciare assunzioni e investimenti.

La proposta di Borghi si comprende, a mio parere, tenendo conto del fatto che non è concepita come un assetto permanente dell’Eurosistema, ma come un passaggio verso la revisione dei trattati - o il breakup.

I Minibot sono in effetti un mezzo per introdurre una forma di moneta circolante nazionale. Si introducono, poi si va a discutere con i partner europei la revisione dei trattati. Se non si trova un accordo, il fatto che i Minibot già esistano e siano in circolazione crea uno “scivolo” che rende meno complesso il breakup.

Quest’ultimo risultato però è ottenuto anche con l’introduzione dei CCF - che in aggiunta creano uno stimolo adeguato a produrre una vigorosa ripresa dell’economia italiana.

Rispetto al percorso:

introduco una forma di Moneta Fiscale per cartolarizzare debito esistente – vado a rinegoziare i trattati – se non c’è accordo, attivo il breakup utilizzando lo “scivolo”

mi sembra quindi decisamente preferibile quest’altro:

introduco una forma di Moneta Fiscale per espandere il potere d’acquisto in circolazione, migliorare la competitività delle aziende, e avviare la ripresa dell’economia – non vado a chiedere nulla (non c’è nulla da chiedere: i CCF non sono debito) – in ogni caso, se diventasse necessario, lo “scivolo” comunque è predisposto.


mercoledì 16 agosto 2017

Il debito pubblico non dovrebbe neanche esistere

Uno Stato che emette la propria moneta non ha bisogno di indebitarsi. Se desidera immettere potere d’acquisto nell’economia, spendendo più di quanto preleva in tasse, non deve fare nient’altro che emettere moneta per la differenza.

Questo non significa che l’emissione monetaria possa essere espansa all’infinito. Se l’emissione monetaria alimenta domanda per beni e servizi reali in misura eccedente le capacità produttive dell’economia, non stimola produzione e occupazione, ma solo crescita dei prezzi - quindi inflazione.

Il punto da aver chiaro, tuttavia, è che nel momento in cui si parla di “debito pubblico” si sta facendo riferimento a una situazione in cui lo Stato spende soldi (al netto delle tasse incassate) la cui emissione è demandata a un soggetto parzialmente o totalmente indipendente dallo Stato stesso. Si tratta, ovviamente, della Banca Centrale.

Se le Banca Centrale dipendesse integralmente dallo Stato, o addirittura se non esistesse affatto – se l’emissione monetaria, in altri termini, fosse affidata a un ufficio statale – il concetto stesso di “debito pubblico” sarebbe privo di significato.

Lo Stato non dipenderebbe dalla volontà di soggetti terzi per introdurre potere d’acquisto nella propria economia, mediante spesa netta effettuata nella moneta legale dello Stato stesso. Sarebbe libero di determinare il livello della spesa netta in funzione dei suoi obiettivi di promozione dell’occupazione e di stabilità dei prezzi.

Poiché il potere d’acquisto immesso in circolazione si traduce in risparmio del settore privato, lo Stato potrebbe offrire un servizio di gestione di questo risparmio permettendo a chi lo desidera di lasciarlo depositato presso un’apposita agenzia statale, e riconoscendo un tasso di remunerazione (un interesse) dipendente dal vincolo di durata del deposito.

Ma non sarebbe indispensabile farlo, e se lo si facesse non avrebbe senso affermare che lo Stato si è “indebitato”, e che deve “gestire le finanze pubbliche” tenendo conto delle esigenze di “rifinanziamento del debito”.

L’indebitamento dello Stato esiste solo se e in quanto l’emissione di moneta è demandata a un soggetto diverso dallo Stato medesimo, implicando che quest’ultimo debba prendere a prestito da qualcuno l’eccesso di spesa che ritiene opportuno immettere nell’economia.


venerdì 11 agosto 2017

Vera destra e falsa sinistra

Qualche mese fa, la vittoria elettorale di Emmanuel Macron alle elezioni presidenziali francesi ha suscitato l’entusiasmo di parecchi opinionisti di sinistra, o sedicenti tali. Fermare Marine Le Pen è stato per le sinistre – si è detto - un grandissimo risultato.

Certo, il programma economico di Macron è tutt’altro che di sinistra ed in effetti ha l’aria di una riedizione gallica dell’”agenda Monti”. Riduzione di deficit pubblico, tagli di spesa sociale, privatizzazioni.

Ma “l’opinionista-sedicente-di-sinistra” non si ferma davanti a questo. E che, avreste preferito la Le Pen ? “meglio la falsa sinistra che la vera destra”, quindi viva Macron.

Poche settimane fa, il primo ministro Edouard Philippe ha delineato in maggiore dettaglio il programma. A quanto pare, alla domanda di un giornalista “ma è un programma di destra” ha risposto (ridacchiando ?) “certo, e che cosa vi aspettavate” ?

Questo è uno dei motivi per cui la “falsa sinistra” può risultare, all’atto pratico, molto peggiore della “vera destra”. Perché i programmi economici più deleteri e antisociali, nonché più inappropriati in un contesto economico che soffre di un deficit di domanda (anche in Francia, sia pure su livelli meno accentuati rispetto all'Italia), suscitano ampie opposizioni quando sono proposti dalla destra; non quando li mette sul tappeto la sinistra, o la “falsa sinistra”, o la “non-destra”.

In Italia dovremmo esserne ben consapevoli. I milioni di persone che scendevano in piazza quando Berlusconi cercava di far passare riforme del lavoro, dell’amministrazione pubblica, del sistema pensionistico non si sono proprie viste quando il PD ha fatto cose decisamente molto, ma molto “meno di sinistra” (e in una situazione economica – quella prodotta dalla “crisi Lehman” del 2008 e dall’Eurocrisi del 2011 - in cui erano molto, ma molto più inappropriate).

Quanto alla Francia, c’è solo da augurarsi che il governo Macron – Philippe abbai molto e morda poco. Perché se sarà coerente con quanto afferma nei suoi programmi, c’è il rischio di stoppare, ancora una volta, la (debole e asfittica) ripresa economica: non solo della Francia, ma di tutta l’Eurozona.


domenica 6 agosto 2017

Perché non mancheranno gli euro per convertire i CCF

Relativamente al progetto CCF / Moneta Fiscale, il già citato Uedro mi ha espresso una preoccupazione. Se iniziamo a distribuire CCF / MF e gli assegnatari desiderano convertirli in euro (cedendoli sul mercato finanziario), chi mette a disposizione gli euro supplementari necessari per effettuare la conversione ?

In realtà è un falso problema. Chi riceve CCF in parte, sicuramente, desidererà venderli per ottenere euro in cambio: ma il compratore degli euro sarà un’istituzione finanziaria o un risparmiatore privato che quegli euro li possiede già.

Non ci sarà, in altri termini, necessità che si verifichi un’espansione degli euro esistenti (che richiederebbe alla BCE di attivarsi per effettuarla).

E non cambierà neanche il totale di massa monetaria in circolazione, definita come contante + depositi bancari. Se l’assegnatario di CCF li vende, riceve euro (già esistenti) dal compratore. Quando poi li spende per effettuare acquisti di beni o servizi (o anche per comprare titoli o effettuare altri investimenti finanziari) gli stessi euro passeranno al venditore dei beni o dei servizi o dei titoli.

Alla fine, gli euro prelevati dal possessore per comprare CCF, e spesi dall’assegnatario originale dei CCF (che li ha venduti in cambio di euro, appunto) saranno nuovamente depositati su un conto bancario.

Tutto questo salvo che qualcuno decide di tenerli sotto forma di contante, il che è improbabile avvenga (se non in misura marginale), ma comunque non muta (come si diceva sopra) il totale di contante + depositi bancari. E garantire la possibilità di convertire depositi bancari in euro-contanti è in ogni caso, naturalmente, un preciso impegno della BCE.

L’unico intoppo immaginabile è che ci sia un tale desiderio di convertire CCF non in moneta-bancaria-euro, ma in euro-contanti, da produrre una carenza di banconote e/o di monete metalliche. Ma non se ne vede il motivo.

In ogni caso, ricordo che il progetto CCF prevede, nella sua attuale formulazione, un’emissione di CCF, il primo anno, di 30 miliardi frazionati nell’arco dei 12 mesi (quindi un paio di miliardi al mese). L’ammontare di emissioni annue può raggiungere 100 miliardi (pari a 8-9 al mese) nell'arco di 3-4 anni, e il totale di CCF in circolazione arriverebbe quindi a un massimo di 200 miliardi (essendo i CCF utilizzabili per conseguire sconti fiscali due anni dopo l’emissione).

Ma non stiamo parlando nemmeno in teoria di 200 miliardi che vengono assegnati tutti in un colpo, e che possono – nello stesso istante - essere convertiti in euro. Stiamo parlando di ritmi, crescenti nel tempo, che partono da un paio di miliardi al mese.

E stiamo parlando, ripeto, di CCF che possono essere ceduti contro euro, ma euro già esistenti, e che dopo essere stati prelevati dagli attuali conti correnti o depositi bancari avviano una serie di transazioni ritrovandosi, alla fine, depositati (in larghissima parte) presso un nuovo conto bancario.

In moltissimi casi, anzi con ogni probabilità nella maggioranza dei casi, in effetti gli euro non lasceranno mai, neanche temporaneamente, il sistema bancario. L’assegnatario di CCF li vende contro euro. Il compratore riduce i suoi depositi e il venditore li incrementa. Quest’ultimo poi li utilizza per effettuare un pagamento, via assegno o carta elettronica o bonifico, e gli euro defluiscono sul suo conto e incrementano quello di chi gli ha venduto beni o servizi o titoli. In questa ipotesi i depositi bancari all’interno del sistema non si modificano mai.


mercoledì 26 luglio 2017

Pagamenti in Nuove Lire in caso di break-up


Uedro è uno dei miei interlocutori twitter, tra i più attivi nel discutere temi connessi sia all’evoluzione del progetto CCF / Moneta Fiscale, che ai problemi dell’Eurosistema in generale.

E’ un interlocutore critico, con il quale mi trovo spesso in disaccordo, ma le sue sono critiche costruttive e sicuramente molto utili per mettere a fuoco vari temi, nonché per rifinire e migliorare il progetto CCF.

Ultimamente si discuteva di un altro argomento, collegato alle implicazioni non dell’introduzione dei CCF, bensì dell’Italexit via break-up: l’Italia introduce direttamente la Nuova Lira e ridenomina stipendi, contratti, depositi bancari e qualsiasi altro rapporto contrattuale (con implicazioni monetarie) di diritto italiano.

Uedro teme che si verificherebbe un forte impatto inflazionistico. L’origine del problema, nella sua opinione, è che il break-up dovrebbe avvenire in maniera repentina, con un decreto legge approvato durante un weekend. Non ci sarebbe quindi tempo per predisporre in anticipo monete e banconote in Nuove Lire.

Di conseguenza, temporaneamente si userebbero ancora monete e banconote in euro, quanto meno per il tempo necessario a introdurre contante in Nuove Lire (presumibilmente, qualche mese).

L’opinione (o il timore) di Uedro è che gli esercizi commerciali lascerebbero i prezzi invariati, e che i pagamenti continuerebbero a essere effettuati in euro (perché il contante in Nuove Lire inizialmente non ci sarebbe). E se la Nuova Lira si svalutasse (come previsto) assestandosi per esempio a un cambio di 1,30 contro euro, si verificherebbe un immediato, forte impatto sull’inflazione (misurata in Nuove Lire).

Ritengo che questo problema sia minimo se non inesistente, per il semplice motivo che la stragrande maggioranza delle transazioni economiche (in valore) avvengono oggi via assegno, bonifico o carta elettronica (carta di credito, carta di debito, o bancomat - usato per pagare, non per prelevare contante).

I pagamenti in contante sono stimati nel 5% circa in controvalore, e questa percentuale cadrebbe ulteriormente se un negoziante pretendesse di far pagare in euro il prezzo di listino.

Personalmente, oggi ho una soglia all’incirca di venti euro. Sotto quel livello di solito pago in contanti. Sopra, via carta elettronica.

Ma nel caso in cui un esercizio commerciale non mi applicasse nessuno sconto per un pagamento pari a 10 effettuato con una banconota in euro, estrarrei una carta elettronica anche in quel caso, e mi farei addebitare 10 Nuove Lire sul mio conto corrente. Perché mai dovrei accettare di pagare 10 euro, equivalenti a 13 Nuove Lire ?

E l’esercizio commerciale sarebbe tenuto ad accettare le Nuove Lire (con pagamento elettronico), perché il decreto legge che regola l’ItaEuroBreakUp conferirebbe alle Nuove Lire potere liberatorio su tutte le obbligazioni monetarie in lire regolate da rapporti giuridici di diritto italiano.

Altrimenti detto, l’esercizio commerciale è obbligato ad accettare indifferentemente 10 Nuove Lire addebitate via carta elettronica, o 10 euro pagati in banconote o monete metalliche, per un medesimo prodotto proposto in vendita al prezzo di 10.

Il risultato è che le banconote e le monete metalliche in euro verrebbero tesaurizzate (per essere convertite in Nuove Lire), ma pressoché nessuno le userebbe per effettuare acquisti (a meno che l’esercizio commerciale non le accetti al cambio di 1,30).

Magari si faranno eccezioni per transazioni di importo veramente modesto. Io il caffè al bar accetterei di pagarlo con una moneta da un euro, senza estrarre la carta elettronica (e senza pretendere lo sconto del 30% sull’importo facciale). Ma non andrei oltre quello, e lo stesso farebbe la grande maggioranza della popolazione.

Il break-up è un processo operativamente e politicamente complesso, ed è per questo che ormai da cinque anni mi sono attivato per elaborare e promuovere il progetto CCF / Moneta Fiscale. Ma i pagamenti nel periodo interinale, ante introduzione del contante in Nuove Lire, non sono “il” problema.


lunedì 24 luglio 2017

Regole UE: l'imprudenza della "prudenza"


L’obiezione forse più ricorrente, in merito alle proposte di soluzione della crisi economica mediante politiche espansive della domanda, si riassume in ultima analisi come segue.

Il mondo è complicato e la certezza in merito agli effetti sul PIL di un’azione espansiva (via CCF, “rottamazione del Fiscal Compact” o altro) non si può raggiungerla. “Quindi” occorre essere “prudenti” e non fare nessuna ipotesi. Detto altrimenti, che effetto avrà l’immissione di potere d’acquisto nell’economia ? non si sa con sicurezza assoluta, per cui stimiamo zero.

Corollario: se riteniamo (per motivi già di per sé altamente discutibili, ma questo è un altro discorso) che il deficit e il debito pubblico (in rapporto al PIL) vadano ridotti, facciamo austerità. Tagli e tasse. Effetti indotti sul PIL ? li abbiamo stimati a zero, per cui siamo “per definizione” sulla strada giusta. L’austerità ridurrà il deficit, missione compiuta. E qualsiasi evoluzione dell’economia reale, sempre “per definizione”, è da ricondurre ad altre motivazioni.

Ovviamente non è così, e ci vuole poco a capirlo. Togliere potere d’acquisto dal sistema economico ha un effetto di rallentamento della domanda. Il che può essere opportuno se l’economia è surriscaldata e ci sono tensioni inflazionistiche. Ma è catastrofico se l’economia sta viaggiando molto al di sotto del suo potenziale e le risorse produttive (persone e impianti) sono in larga misura inattive o sottoutilizzate.

Le ricette UE “prescritte” a vari paesi dell’Eurozona, soprattutto tra il 2011 e il 2013, si sono invece basate sul presupposto di “effetti indotti zero”. I risultati sono stati deleteri, particolarmente nei paesi (Grecia e, purtroppo per noi, Italia) dove sono state adottate più scrupolosamente.

Il tentativo di ridurre il deficit pubblico via austerità ha prodotto effetti minimi, nell’ordine di decimali, appunto perché frenare la domanda ha contratto il PIL e il gettito fiscale. Mentre i danni in termini di fallimenti aziendali, crescita della disoccupazione, incremento della povertà e del disagio sociale sono stati paurosi. E il debito pubblico in rapporto al PIL è aumentato invece di scendere.

Con un ulteriore effetto indotto: è andato in crisi il sistema bancario italiano a causa dell’esplosione delle insolvenze. Sistema bancario che tutto sommato era uscito dalla crisi finanziaria internazionale del 2008 con molti meno danni rispetto a tanti altri, in quanto le banche italiane non si erano cimentate (almeno, non ai livelli di molti altri paesi) con politiche azzardate di finanziamento della speculazione immobiliare o di utilizzo aggressivo di strumenti derivati.

Le regole UE e le politiche che ne derivano vengono giustificate con l’esigenza di essere “prudenti”. E’ invece difficile concepire qualcosa di più imprudente: adottare una linea di azione, ignorare completamente la possibilità che ne nascano effetti controproducenti, e continuare ostinatamente, ad anni di distanza, a negarne l’evidenza. Evidenza che è, al contrario, sotto gli occhi di tutti.